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"La pietà filiale" di Confucio
Mercoledì 12 Agosto 2009 07:23
a cura del Prof. Mario Savero Morsillo
 
Raffigurazione di ConfucioSpesso, noi occidentali abbiamo una percezione sbagliata dell'antica sapienza orientale.
Consideriamo delle religioni il Buddhismo, il Confucianesimo, lo Yoga. In realtà, l'unica religione orientale propriamente detta è l'Induismo, in quanto ha delle divinità intelligenti e dei riti codificati che hanno il compito di avvicinare l'uomo ad esse; le altre che ho citato prima sono in verità delle filosofie di vita, che hanno sì dei precetti, ma precetti che servono a regolare la morale in questa vita (sia pure non escludendone una futura).Prendiamo ad esempio, tra le opere edite per la prima volta in Italia da TEA nel 1975 "La pietà filiale" del Maestro Fu-tze. Il Maestro Fu-tze era un Kung, ossia un sapiente eccelso, precettore dell'imperatore della Cina; Kung Fu-tze fu latinizzato in Confucius, da cui Confucio. La sua grande aspirazione, come dice Fausto Tomassini nella prefazione, era fare in modo che il sovrano, abbandonate le sue egoistiche passioni, potesse garantire il bene comune "non con la forza delle armi, bensì per il voto dei popoli attratti dalle sue virtù (pag. III)". Per raggiungere questo scopo, Confucio scrive questo testo, attribuito forse per errore involontario a Tseng-tzu, suo discepolo prediletto. in esso, l'Autore spiega cosa sia la pietà filiale, chiarendo che tanto non rispetta il proprio genitore chi lo maltratta, quanto chi, per ottusa sottomissione, non gli fa notare quando sbaglia, ovviamente nei dovuti modi. In effetti, dire sempre di sì ad una persona che si rispetta significa non contribuire alla sua crescita, non farlo progredire: anche chi è figlio, o meno sapiente, può vedere cose che l'altro non conosce. Questo concetto, che Confucio attribuisce espressamente alla pietà filiale verso i propri genitori, a nostro avviso può essere esteso a chiunque sia sottoposto ad una qualunque autorità, è un prencetto comportamentale improntato sulla collaborazione, di sorprendente attualità. Anche sul ruolo dell'autorità il nostro ha le idee chiare. A pag. 142 della stessa opera si riportano i tre obiettivi cui deve tendere un uomo di governo. Essi sono: "Viveri a sufficienza, armi bastanti, fiducia del popolo". Dovendo rinunciare ad uno di essi, bisogna rinunciare alle armi. Dovendo rinunciarne ad un altro, si deve fare ameno dei viveri, perchè "Da sempre tutti hanno dovuto morire, ma se il popolo non nutre fiducia [il governo] non ha una base stabile". Come è facile osservare, in queste considerazioni fatte da un sapiente vissuto in un Paese lontanissimo dal 551 al 479 a.C. non vi sono ideali religiosi propriamente detti, ma molti concetti morali pratici, sulla cui attualità tutti possiamo convenire.