| "Storia del Sufismo" di Gabriele Mendel |
| Monday, 31 August 2009 14:20 |
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There are no translations available. a cura del Prof. Mario Saverio Morsillo
Gabriele Mendel è un maestro sufi. In questo testo del 2001, edito da Bompiani, spiega agli italiani cos'è il sufismo. Il termine 'sufi', usato per indicare i monaci islamici, proviene probabilmente dall'antico arabo 'suf', che vuol dire 'lana', in quanto i maestri sufi vestivano originariamente solo di povere vesti di lana grezza. il sufismo è una forma di ricerca interiore, paragonabile al monachesimo cristiano, i cui adepti passano la vita in preghiera, dediti alla diffusione di valori di presunta provenienza divina, come la carità, la tolleranza, il rispetto, la pace. I sufi accettano tutte le religioni che propagandano questi ideali; tra tutte però preferiscono l'Islam nella sua forma sunnita, in quanto ritengono che esso sia il più adeguato a convincere l'uomo comune della validità di questi princìpi. La loro avversione al movimento zaydita dei Zanij, estremisti sciiti deditianche ad azioni violente ed a ribellioni di carattere politico, alienerà loro già nel sec. X il consenso di parte dei credenti islamici. A questo proposito occorre citare la figura di alHusain bn Mansùr, detto alHallaij ( ossia il Cardatore: anche qui è chiara l'importanza attribuita alla lana), che, dopo aver imparato il Corano a memoria all'età di soli 12 anni, vagò in tutta l'Asia centrale (Mecca, Baghdad, India, Turkestan) e conobbe i princìpi dell'Induismo, del Manicheismo e delle altre principali religioni dell'epoca. Iniziò quindi la sua predicazione, raccogliendo consensi anche grazie alla sua capacità di operare miracoli e prodigi. Giunto nella zona montuosa che oggi consideriamo ai confini tra l'Iran e l'Afghanistan, venne fatto prigioniero da una setta sciita chiamata 'degli assassini' (ashesh'in, o fumatori di hashish), che lo condussero in un luogo a loro sacro, la Porta del Khoràsàn, dove fu frustato crudelmente. Dopo di chè, gli furono amputati mani e piedi, e fu crocefisso. Ciò non ostante, alHallaij perdonò i suoi carnefici, ed esortò gli spettatori del suo orrendo supplizio alla pace ed al perdono. A questo punto, per farlo tacere gli tagliarono la testa, ma egli continua a definirsi Dio, rimanendo vivo anche con la testa tagliata. Qui, a nostro avviso, è interessante notare non tanto le affinità con la figura di cristo (i miracoli, la predicazione, la flagellatura, la crocefissione, l'immortalità), quanto la presenza, nella storia dell'Islam, di personaggi che non hanno nulla da invidiare ai martiri cristiani. Ovviamente, nella sua opera Mandel non si limita a parlare di alHallaij, ma presenta molte altre interessanti figure, tese a far vedere come quella forma di monachesimo abbia attraversato la storia della religione islamica, dagli albori all'occultamento del X secolo, per arrivare alla rinascita del XIV secolo, al "buio" dei secc. XVIII e XIX, per terminare la trattazione con il risogimento culturale del XX secolo. E' un testo sicuramente da leggere; offre notevoli spunti di riflessione e da approfondire per chi, come noi occidentali, parla troppo spesso di Islam fidandosi di immotivati pregiudizi.
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